Giocondo Boncompagni, dalla campagna valtiberina fino a Picasso e Modigliani

Storia di un artista che con la pittura provò a riscattare la propria condizione sociale

Quella di Giocondo Boncompagni è una storia decisamente al di fuori del comune. Una lunga vicenda dalla quale, innanzitutto, traspare il carattere e la determinazione di un uomo che ha provato a cambiare il suo destino attraverso l’arte.

Giocondo Boncompagni nacque il 13 luglio 1884 nella frazione anghiarese di Scoiano. Suo padre, Antonio, era stato un garibaldino e discendeva da una famiglia nobile decaduta che poi divenne contadina. In più di un’occasione i Boncompagni furono costretti a cambiare podere, trasferendosi per un periodo anche alle Ville di Monterchi, dove per appunto nacque Giocondo. Fin da giovane quest’ultimo iniziò a utilizzare quei pochi momenti liberi che la vita di campagna concedeva per dedicarsi alla pittura. Iniziò a fare ciò dipingendo i muri della torretta della propria abitazione e senza che nessuno potesse vedere in questa attività una strada per realizzare sé stesso e le proprie passioni. Ai contadini del tempo, infatti, non era concesso di essere “autori” della propria vita, sottraendosi a un destino che, sin dal momento della nascita, assumeva i contorni rigidi di una sentenza.

Nonostante tale contesto, il giovane Giocondo Boncompagni provò comunque a orientare la sua vita verso questa strada in salita, facendo sua la sfida di diventare un pittore. La svolta che gli consentì di focalizzarsi concretamente su questa ambizione arrivò quando, in seguito a fatti ancora oggi poco conosciuti, decise di emigrare in Francia. A cavallo del 1910 giunse a Nizza, dove ebbe modo di frequentare un corso serale della scuola di Arti e Mestieri: da questo momento in poi la sua vocazione artistica iniziò finalmente ad assumere una forma e ad avere un seguito. Proprio negli anni che abbracciano il primo conflitto bellico ebbe modo di organizzare diverse esposizioni e farsi conoscere. Il suo stile particolare – piuttosto tradizionale nel complesso, ma con un tono vagamente naif da cui emergevano talvolta elementi di indubbia originalità – gli consentì di ricevere apprezzamenti e di ritrovarsi in un circuito che al tempo incorporava anche Pablo Picasso e Amedeo Modigliani. Risale proprio a questo periodo la partecipazione di Boncompagni a due mostre collettive in cui erano presenti, per appunto, anche tali due celebri artisti.

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G. Boncompagni – Autoritratto

Le aspettative alimentate durante questa fase di grande vitalità artistica non riuscirono però mai a produrre una svolta e il pittore valtiberino dovette, in seguito, iniziare a svolgere anche altri lavori per vivere (giardiniere, decoratore di chiese, restauratore, ecc.). In questi anni lo stesso ebbe più volte modo di visitare la natia Valtiberina, in particolare Sansepolcro, fino a che, con lo scoppio della Seconda Guerra Mondiale, dovette tornare a fare il contadino. Dopo un periodo piuttosto buio e tormentato, morì nel 1948 a Nizza.

Quasi certamente alla fine della sua vita Giocondo Boncompagni ebbe modo di riflettere e riconoscere a sé stesso di non essere riuscito a coronare il proprio sogno, ovvero quello di ricostruirsi una vita diventando un affermato pittore. Nel corso degli anni la sua energia creativa aveva trovato un’inesauribile fonte di nutrimento grazie all’unione di due poli piuttosto contrapposti: quello che si rifaceva a un’anima essenzialmente contadina e quello che invece si caratterizzava per essere costantemente scosso da un’irrefrenabile propensione artistica. L’arte per Giocondo era quindi, prima di tutto, un’opportunità per cambiare vita; un’occasione per emanciparsi da una condizione esistenziale che di solito non concedeva chance. L’arte, in definitiva, era la passione che poteva renderlo libero. Ma questo, per una serie di ragioni, alla fine non si verificò e la luce della speranza fu offuscata dall’ombra di un destino che, con la sua enorme stazza, fece ricadere a terra lo slancio di un uomo che aveva provato a vincerlo.

A distanza di diversi anni, di Giocondo Boncompagni oggi rimangono vari dipinti (alcuni delle quali di proprietà del Comune di Sansepolcro e molti altri all’interno di collezioni private). Alcuni di questi hanno un indubbio valore artistico e sono, talvolta, contraddistinti dalla sua particolarissima firma: assieme al nome e al cognome, l’artista valtiberino era infatti solito mettere, in maniera stilizzata, anche una vanga e un pennello incrociati ad “X”. Questo simbolo, riportato in maniera quasi ostentata nei suoi ritratti, doveva proprio esprimere l’essenza di un uomo che dopo essere stato contadino aveva trovato una forma di riscatto nell’arte. In merito a ciò è interessante leggere quanto Giocondo ebbe modo di scrivere alla figlia Irma Vandi riferendosi al suo autoritratto (l’epistola è contenuta nella biografia del padre che la stessa ebbe modo di curare nel 1991): “Vedi, come dalle spine può nascere un fiore, un frutto, un carciofo; così da un contadino può nascere un artista. Le braccia incrociate indicano che ho cambiato vita e mestiere: dalla vanga sono passato al pennello, e ne ho fato la mia sigla e il mio stemma”.

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G. Boncompagni – Lo sbarco a Tripoli.
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G. Boncompagni – L’affondamento del Titanic.
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G. Boncompagni – Paesaggio.
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G. Boncompagni – Autoritratto.
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