A Sansepolcro arriva “Io sono qui”, il docufilm sull’eccidio sventato alla Chiassa

Un pomeriggio dedicato alle vicende che, nel giugno ‘44, riuscirono ad evitare una strage di civili. La proiezione si terrà venerdì 23 ottobre a CasermArcheologica

Civitella in Val di Chiana, Cavriglia, Sant’Anna di Stazzema, Marzabotto. Questi sono solo alcuni nomi dei luoghi dove ebbero luogo le più efferate stragi nazifasciste dell’estate 1944. La lista potrebbe però scorrere con altri esempi, più o meno conosciuti, a cui può essere ricondotta l’uccisione di numerosi civili. Purtroppo, soprattutto in quelle zone che geograficamente si ponevano a cavallo della Linea Gotica, sono numerosi gli eventi come questi. Molti di meno sono invece gli episodi che, nonostante analoghe premesse, si sono risolti senza altrettanto spargimento di sangue. Uno di questi si verificò alla Chiassa di Arezzo, dove due giovani partigiani riuscirono a sventare un eccidio che era in procinto di compiersi.

Questa è la storia che – dopo essere stata studiata nei suoi dettagli da Santino Gallorini – è riportata nel docufilm del regista Simone Grazzi che è uscito lo scorso anno e che venerdì pomeriggio, per iniziativa dell’ANPI di Sansepolcro, sarà proiettato a CasermArcheologica. Oltre ad avvalersi degli studi di Gallorini (per i quali si rimanda al volume Vite in cambio che è stato pubblicato nel 2014 da Edizioni Effigi), il lavoro di Grazzi ha portato a intervistare diversi parenti degli ostaggi che stavano per essere uccisi. Le testimonianze raccolte ripercorrono dunque le azioni intraprese dal partigiano siciliano Giovan Battista – detto Gianni – Mineo che riuscì, grazie anche al decisivo aiuto di un altro giovane combattente (Giuseppe Rosadi), a disinnescare la furia omicida dei tedeschi.

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La Chiesa di Santa Maria Assunta della Chiassa Superiore, dove i tedeschi rinchiusero circa 250 ostaggi.

Tutto ebbe inizio quando il 26 giugno 1944 una banda autonoma di “ribelli” guidata da un ex prigioniero slavo (detto il Russo), catturò il colonnello tedesco Oberst Freiher Maximilian von Gablenz e il suo sottufficiale. Questo fatto fece immediatamente partire un’azione di rappresaglia, con i tedeschi che nelle campagne rastrellarono in poche ore centinaia di civili, rinchiudendoli poi nella chiesa della Chiassa. Questi, che in totale erano circa 250, vennero quindi minacciati di fucilazione attraverso un ultimatum: se entro 48 ore l’alto ufficiale non fosse stato riconsegnato, tutti gli ostaggi sarebbero stati uccisi. È qui, dunque, che Gianni Mineo accettò di adempiere a un compito oltremodo rischioso: presentarsi al comando tedesco per chiedere una proroga di altre 24 ore. In cambio di ciò il partigiano siciliano avrebbe provato a riportare loro il colonnello Von Gablenz.

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Il colonnello tedesco Oberst Freiher Maximilian von Gablenz. Foto reperita dal volume S. Gallorini, Vite in Cambio, Edizioni Effigi, Grosseto, 2014.

Dopo che i tedeschi ebbero accettato tale proposta, Mineo si incamminò verso i boschi dell’area compresa tra l’Alpe di Poti e Anghiari, raggiungendo così la cosiddetta Banda del Russo. Con toni amichevoli il giovane chiese dunque a quest’ultimo di farsi consegnare l’ostaggio. La trattativa fu piuttosto estenuante, ma alla fine Mineo riuscì a ripartire sia con Von Gablenz che il suo braccio destro. A questo punto rimaneva però ancora una questione da risolvere: quella del tempo. I minuti, infatti, scorrevano veloci mentre i tre, a causa delle precarie condizioni di salute dell’ufficiale teutonico, avevano un passo molto lento per tornare alla Chiassa prima della scadenza dell’ultimatum.

In questo delicato frangente entrarono in gioco altre due persone che Mineo incontrò per strada. Uno era il partigiano Giuseppe Rosadi che accettò di condurre i due tedeschi fino al commando. In tal modo Gianni partì di corsa per rientrare in tempi utili nella frazione aretina. Ridotto allo stremo, il partigiano giunse a destinazione proprio quando i soldati nazisti avevano schierato il primo gruppo di ostaggi davanti al plotone di esecuzione. Con voce affaticata convinse i militari ad attendere il rientro del colonnello. Nel frattempo anche lui fu trattenuto come ostaggio, fino al momento in cui Rosadi, Von Gablenz e il suo sottufficiale si presentarono dinnanzi alle truppe tedesche. Dopo momenti carichi di apprensione gli ostaggi furono quindi liberati per volontà dello stesso colonnello. Come punizione per il rapimento alcuni ufficiali avrebbero comunque voluto procedere con qualche fucilazione; nonostante ciò, alla fine questo non avvenne e tutti i civili che fino ad allora erano stati trattenuti come merce di scambio, poterono tornare in libertà.

Sarà forse per il fatto che questa vicenda è animata da elementi che la rendono avvincente come un film, oppure per il coraggio che, a partire da Mineo, va a contraddistinguere i suoi protagonisti. Fatto sta che quanto accadde alla Chiassa alla fine di giugno del 1944 rappresenta oggi un vero e proprio patrimonio storico da preservare e tramandare negli anni a venire.

In presenza del regista, la proiezione del docufilm sarà dunque anche l’occasione per riflettere sull’importanza di creare condivisione attorno alla memoria di eventi che hanno consentito a un’intera comunità di continuare ad esistere. L’appuntamento è dunque per venerdì alle 17:30, a Sansepolcro, presso CasermArcheologica.

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Giovan Battista Mineo in uno scatto del 1941. Foto reperita dal volume S. Gallorini, Vite in Cambio, Edizioni Effigi, Grosseto, 2014.

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