Nella lunga distanza le differenze fisiche si appiattiscono. Ciò che fa la differenza è il desiderio di continuare a correre. Marcella Martini, 46 anni il prossimo agosto, è una runner di Anghiari e conosce bene il significato di quella spinta che porta ad andare oltre il limite.
Di strada, in senso letterale, ne ha fatta davvero tanta. A testimoniarlo sono i risultati: la vittoria alla Lupatotissima 12 Ore 2025, con quasi 100 chilometri percorsi e il primo posto assoluto femminile; i 236 chilometri completati nella 48 Ore di Cinisello Balsamo, prova di livello mondiale; e il completamento della Chianti Ultra Trail, 120 chilometri con 5.200 metri di dislivello positivo (ovvero la sommatoria di tutti i metri di salita del percorso), tra le competizioni di più impegnative del panorama internazionale. A questi si aggiungono la 100 chilometri del Passatore e l’Ultramaratona del Conero, altre due tappe fondamentali della sua carriera.
I percorsi più lunghi e impegnativi d’Italia sono diventati il terreno naturale di Martini. Il rapporto con la corsa nasce da una passione profonda e da una disciplina quotidiana, portata avanti insieme al lavoro e alla famiglia. Riservata e lontana dai riflettori, ha costruito gran parte del suo percorso agonistico con costanza e determinazione ma lontana dai riflettori. Oggi, anche grazie al lavoro con il suo preparatore atletico, Giovanni Tersini, può guardare a nuovi obiettivi, tra cui la possibile convocazione in Nazionale per la corsa di lunga distanza.
Il primo passo risale a molto tempo fa: Martini ha iniziato a correre da giovanissima, quando il fenomeno del running in Italia non aveva ancora raggiunto la popolarità attuale e non era così comune vedere persone allenarsi per strada o lungo i sentieri. Lei aveva già le scarpe ai piedi prima che diventasse una moda, ma non guarda con diffidenza alla crescita di polarità dell’attività sportiva: “Tutto ciò che aumenta l’autostima è positivo. Qualsiasi sport è una cosa bella, perché ti dà il coraggio di affrontare tante situazioni”.
La sua storia, tuttavia, non è fatta di soli successi. Martini ha dovuto affrontare molte difficoltà personali, tra cui l’anoressia, ma ha adottato nella vita la stessa determinazione appresa nella corsa.

Da dove comincia la passione per la corsa?
La mia passione per la corsa è nata durante l’adolescenza. Mettevo le scarpette e uscivo a correre per Anghiari. Poi ho fatto molta palestra, ma dopo il secondo figlio avevo sempre meno tempo, quindi la cosa più pratica era infilare le scarpe e uscire tra una poppata e l’altra del bambino. Mia mamma mi dava una mano, però giorno dopo giorno sentivo sempre più il bisogno di correre. Ti lascia un senso di benessere che ti fa pensare: “Perché non esco anche oggi?”. Così è diventata una cosa quotidiana, qualcosa che facevo semplicemente perché mi faceva stare bene.
Recentemente hai partecipato anche al primo Trail del Lago di Montedoglio.
Sì, il 27 giugno, sono arrivata seconda. Ne sono stata molto contenta perché non ero in grande forma e pensavo addirittura di non riuscire a partecipare. Invece gli allenamenti hanno dato i loro frutti.
Per ultrarunning si intendono tutte le gare oltre la maratona, spesso disputate su strada o sentieri e caratterizzate da distanze e tempi estremi. Come si struttura oggi la tua routine di allenamento, dopo tanti anni di attività agonistica?
Ho iniziato completamente autodidatta. Facevo i miei chilometri con le mie andature e poi mi mettevo alla prova nelle gare con gli altri runner. Conoscevo tanti atleti, prendevo spunto da loro e raccoglievo consigli qua e là. A un certo punto alcuni mi hanno detto: “Perché non incanali tutta questa energia in un programma di allenamento specifico? Potresti ottenere risultati importanti”. All’inizio non mi piaceva questa idea, perché seguire una tabella significa rinunciare a un po’ di libertà. Poi però mi sono detta: “Vediamo se posso ottenere anche qualche risultato”.
Così ho conosciuto Giovanni, istruttore federale di corsa, che mi ha proposto una scommessa: prepararmi per la 100 chilometri del Conero. Lui veniva da distanze molto più corte e quando gliel’ho chiesto ci ha pensato un attimo. Io però sono fatta così: o tutto o niente. Non sono mai stata una da fare gli step classici. Non mi bastava dire: “Ho fatto una maratona, ho fatto una 50 chilometri”. Sentivo sempre il bisogno di andare oltre, di mettermi alla prova.
Oggi il mondo del running e del fitness è molto cambiato. Cosa pensi delle nuove discipline come Hyrox o Spartan Race?
Tutto ciò che aumenta l’autostima è positivo. Qualsiasi sport è una cosa bella, perché ti dà il coraggio di affrontare tante situazioni. Vedere che riesci a portare a termine un allenamento o una gara, qualunque essa sia, è una delle medicine migliori che possano esistere.
Io ho lavorato anche come personal trainer nelle palestre, ho studiato molte routine di allenamento. Ho deciso di tornare a correre quando è nato il mio primo figlio e ho voluto preparare un martatona. A me lo sport ha dato tantissima forza. Posso dire senza esagerare che mi ha salvato la vita.
Ti va di approfondire questo aspetto?
Non è un segreto. Ho sofferto di anoressia per diverso tempo e lo sport è stato un’ancora di salvezza. Mi ha dato autostima, coraggio e la forza di reagire. Insieme ai miei genitori, che naturalmente sono stati fondamentali, lo sport mi ha aiutata tantissimo.
Oggi, quando mi trovo davanti a una difficoltà, penso: “Marcella, se sei stata capace di superare quello, puoi superare anche questo”.
A volte mi chiedo se sia stata la vita ad allenarmi per le lunghe distanze oppure se siano state le lunghe distanze ad allenarmi ad affrontare la vita. Non so ancora rispondere. Poi, quando è mancato mio padre, lo sport è diventato ancora più importante.
Può sembrare una sciocchezza, ma durante le ultra vedevo cuori dappertutto: nelle pietre, sul terreno, lungo il percorso. Era come se mio padre mi dicesse: “Sono contento di quello che stai facendo”. Forse è una cosa in cui credo solo io, ma mi ha dato una forza enorme.
Qual è stata per te la gara più impegnativa?
Sicuramente il trail delle Dolomiti. Sono arrivata in quel luogo bellissimo per la prima volta in vita mia e ho sbagliato tutto. Venivo da un infortunio alla schiena, ho abbassato troppo l’apporto di carboidrati, non ho riposato quanto dovevo e non ero abituata a correre a quell’altitudine. A un certo punto mancava l’aria, mi sono sentita male, era come se mi stessi addormentando. Mi sono dovuta ritirare a 6 km dalla fine. Avevo investito molto in quella gara, ma ora voglio riprovarci e portarla a termine.
Oggi come vivi il tuo percorso sportivo?
Sono felice. Tutti i giorni ringrazio perché posso fare quello che faccio. Mi sento fortunata a poter uscire a correre. Ogni volta che mi trovo sulla linea di partenza di una gara mi sento una privilegiata. Finché potrò fare quello che amo, per me quello sarà il successo. Il podio, che ci sia oppure no, è relativo. Riuscire a fare quello che ti piace è la cosa più importante.
Quindi è più importante poter partecipare che il piazzamento?
È importante partecipare, anche se quando uno corre lo fa sempre con l’idea di dare il massimo. Però la vera fortuna è esserci, perché tante persone questa possibilità non ce l’hanno. Per me quello è il successo.
Molti sottovalutano anche il sacrificio necessario per preparare una gara.
Esatto. Il successo è avere la costanza di alzarsi ogni giorno. Questa settimana mi sono svegliata diverse volte alle due e mezzo di notte per allenarmi.
È l’unico momento che riesci a ritagliarti?
Sì, perché preparando distanze così lunghe servono tante ore di allenamento. Prima di andare al lavoro devo trovare il tempo per fare sedute lunghe e poi devo essere disponibile per il lavoro e per la famiglia. Prima di tutto sono una persona che lavora e ha una famiglia. Senza compromessi non si va da nessuna parte.
Quali sono i prossimi obiettivi?
Sto preparando la gara principale della stagione: la 24 Ore di Verona, il 21 settembre. L’anno scorso ho vinto la gara delle 12 ore; quest’anno vedremo cosa riuscirò a fare nella 24 ore.
L’anno scorso è stata una soddisfazione enorme. Era la prima volta che affrontavo una 12 ore e sono riuscita a vincerla.Ho partecipato anche a una 48 ore a Cinisello Balsamo, valida come campionato mondiale, dove c’erano autentici mostri sacri dell’ultrarunning.

In gare così lunghe l’ostacolo principale è fisico o mentale?
Per me è quasi più difficile pensare di fare una gara corta! Se devo fare dieci chilometri li soffro molto di più. Quando invece parto per una 100 o una 120 chilometri entro in un’altra dimensione. Dicono che le ultra siano una cura per chi soffre d’ansia, e in parte è vero.
Naturalmente l’allenamento è fondamentale: non puoi improvvisare. Ci sono momenti in cui ti chiedi: “Ma chi me lo fa fare? Mi fermo e torno a casa”. Però è proprio lì che devi resistere.
Al Chianti Ultra Trail, per esempio, ha piovuto praticamente dall’inizio alla fine. C’era fango ovunque. Vedevi persone arrivare ai ristori distrutte, pronte a ritirarsi. Sono gare durissime, ma ci piacciono. Altrimenti non le faremmo.
Hai intenzione di continuare ancora a lungo?
Sì, finché il fisico e la testa reggeranno continuerò. Quest’anno avrei voluto disputare più gare, ma non è stato possibile. Sono grata alla mia famiglia per il loro sostegno ma voglio stare anche con loro e occuparmi dei miei figli.
Un ultimo consiglio. Se incontrassi un ragazzo o una ragazza che vuole iniziare a correre, cosa gli diresti?
Se ha già il desiderio di correre, allora ha già fatto il passo più importante. Poi gli direi di comprare un buon paio di scarpe. Quello sì, è fondamentale. Per il resto, se ha voglia di iniziare, significa che è già sulla strada giusta.





