La tragedia in corso a Gaza è stata affrontata anche nella seconda giornata del Festival dei Cammini di Francesco. Ospite della Sala degli Ammassi a Citerna è stata la giornalista Paola Caridi, esperta di Mediterraneo orientale che negli ultimi mesi è stata protagonista di varie iniziative di sensibilizzazione, come “Ultimo giorno di Gaza” e “Un sudario per Gaza”.
A Citerna, Caridi ha ribadito che “se Gaza muore, e sta morendo, è l’Europa che muore, siamo noi che moriamo, siamo noi che non siamo più vivi”. L’intervento è stato incentrato sulla storia delle piante e delle colture della Palestina viste come un esempio del rapporto “non di appartenenza ma di proprietà” di Israele con la terra e in definitiva come una chiave di lettura della stessa questione israeliano-palestinese. “In 120 anni dall’iniziale congresso del Fondo nazionale ebraico”, ha detto, “sono stati piantati 250 milioni di alberi, in gran parte pini di Aleppo i cui aghi acidificano il terreno” e facilitano gli incendi. Pini collocati al posto di piante native – “gelsi, olivi, lecci, nespoli, fichi d’india, albicocchi, viti, mandorli” – che c’erano e sono state ignorate. Del resto, come ha ricordato Caridi, stiamo parlando di quella che all’epoca della creazione dello Stato di Israele veniva definita attraverso la “narrazione falsa di una terra senza popolo per un popolo senza terra”. Analogamente, un altro mantra era quello del “deserto da far fiorire”. Eppure, ha osservato Caridi, “era già fiorito, ma questo noi giornalisti lo abbiamo raccontato pochissimo, perché pochissimo abbiamo conosciuto di quella terra”.
Momento rilevante dell’incontro è stato quello delle domande dal pubblico, quando alla relatrice è stato chiesto come quello che accade sia vissuto dagli israeliani, con riferimento anche a coloro che regolarmente manifestano contro il governo. Paola Caridi, partendo dalla constatazione che “è difficile, se non impossibile, costruire una democrazia sull’occupazione di terre altrui”, ha sottolineato che “le persone che manifestano sono poche migliaia, che rispetto agli otto milioni di ebrei israeliani sono veramente poche. Di quelle persone ne conosco molte”, ha spiegato. “Sono non solo pacifisti, una definizione riduttiva, sono quelli del cosiddetto fronte-occupazione, sono quelli coraggiosissimi di Breaking the Silence, di Peace Now, di tutte le associazioni che fanno un lavoro incredibile. Sono le poche centinaia che in questi giorni portano per strada le foto di alcuni dei 20.000 bambini palestinesi ammazzati dagli israeliani. Ma per il resto”, ha detto la giornalista, “la società israeliana non è riuscita a scalzare il premier Netanyahu e il suo sistema di potere. Noi continuiamo a indicare Netanyahu giustamente come il responsabile, tant’è che ha un mandato di cattura internazionale da parte del Tribunale Internazionale Permanente Penale, ma come vedete ha girato per mezzo Occidente senza essere arrestato, squalificando peraltro il nostro rapporto con il diritto internazionale. Ma la società israeliana non è riuscita a scalzarlo, e in parte è perché l’opposizione stessa non ha mai contestato fino in fondo Netanyahu, non l’ha contestato su questo tipo di guerra se non adesso”, quando “una parte dell’intellighenzia israeliana” sta “superando il Rubicone” anche da un punto di vista terminologico. “Tardi, come tardi abbiamo fatto noi”, ha precisato Caridi: “La parola genocidio l’abbiamo usata noi di ’Ultimo giorno di Gaza‘ alla fine di aprile, e su questo c’è stata molta discussione. Si può usare o non usare – secondo me bisogna usarla, perché si parla di una vera e propria strategia in atto – ma non si può proibire l’uso di questa parola”.
“Ma il problema”, ha proseguito, “è la società israeliana che ha votato Netanyahu dal 2009, e quando è stato scalzato per forse un anno e mezzo è arrivato al potere Naftali Bennett, il presidente del movimento dei coloni. Se questa è l’opposizione a Netanyahu il problema è serio. Io credo“, ha detto Caridi, ”che ci sia un problema di rimozione. Allora, o la società israeliana prende di petto questa storia, una storia comunque terribile, oppure sarà veramente ancora peggio. Ed è evidente che quello che sta compiendo lo Stato di Israele su Gaza sta aumentando l’antisemitismo, perché ormai è un esercizio sempre più pesante spiegare la differenza fra Israele che compie questo e l’ebraismo, che è tutta un’altra storia. Prima finisce questo genocidio e prima riusciremo a provare a ricostruire qualcosa, qualcosa dentro di noi”, ha detto la giornalista. “Perché noi siamo già cambiati, siamo diversi rispetto a un anno e mezzo fa nel nostro rapporto con i diritti, l’uguaglianza, il considerare morti di serie A e di serie B. Insomma, questo secondo me ci ha reso anche un pochino meno vivi di prima”.





