“La scrittura ci conduce dove ancora non sappiamo di essere”. Questo il motto che riassume lo spirito della XV edizione del Festival dell’Autobiografia di Anghiari, che si è conclusa domenica 6 settembre con una giornata dedicata alla memoria, alla scrittura e alla narrazione di sé.
Un appuntamento che ha portato nel borgo toscano partecipanti e appassionati da tutta Italia, confermando Anghiari come Città dell’Autobiografia, titolo conferitole dal giornalista Saverio Tutino, che qui fondò insieme Duccio Demetrio la Libera Università omonima nel 1998 come “sorella” ideale dell’Archivio dei Diari di Pieve Santo Stefano.
La mattinata è entrata nel vivo alle 10.30 con la premiazione del concorso L’Albero delle Ciliegie, introdotta dalla filosofa e pedagoga Mariangela Giusti. Un momento dedicato alla scrittura autobiografica nelle sue diverse forme e alla possibilità di affidare alla parola esperienze, ricordi e frammenti di vita. I vincitori, annunciati già un anno fa, sono stati premiati nel Teatro di Anghiari in piazza IV Novembre.
Per la sezione A, il primo premio è stato assegnato a Laura Bardelli per il racconto Una crepa nel muro. Al secondo posto Monica Trussardi con Nel palmo della mano, mentre il terzo premio è andato a Francesca Camu per Il Muretto.
Nella sezione B, il primo premio è stato assegnato a Sofia Sara Hoffman per Echi di terra. Maria Egizia Maffucci ha ricevuto un riconoscimento per il suo Ars et labor, mentre il terzo posto è andato a Clelia Binarelli, 93 anni, che nel suo Infanzia nel Carso racconta la propria esperienza di giovane esule italiana proveniente da Postumia, oggi parte del territorio Sloveno.




A seguire, è stato conferito il Premio Città dell’Autobiografia al professor Raffaele Simone per il suo libro La vita anteriore, pubblicato da Laterza. Il professore, per ragioni di salute, ha partecipato alla cerimonia in videochiamata.
Nato a Lecce nel 1944, Simone è un linguista e semiologo di lungo corso, oltre che professore emerito dell’Università di Roma Tre. Professore ordinario di Linguistica generale dal 1980, prima alla Sapienza di Roma e poi a Roma Tre dal 1992, è accademico corrispondente dell’Accademia della Crusca dal 2019. Nel corso della sua carriera ha affiancato alla ricerca linguistica una vasta produzione di saggi dedicati alla cultura, alla società e alle trasformazioni della modernità. Ha inoltre ideato e diretto l’Enciclopedia dell’italiano di Treccani.
Il suo percorso scientifico e intellettuale si ritrova anche nelle pagine di La vita anteriore, un’opera che parte dalla memoria personale per raccontare la trasformazione di un’intera generazione. Il libro non è costruito soltanto attraverso le parole, ma attraverso una costellazione di oggetti, immagini e fotografie, utilizzati per ricostruire la memoria individuale e collettiva. La scheda ufficiale di Laterza presenta il volume come “Memoria di una generazione, con figure”.
“Io sono vecchio amico e collega di Duccio Demetrio – ha raccontato Simone ricevendo il premio –. Per me questo premio è un onore inaspettato. Ho scritto questo libro per necessità interiore, guardando alla differenza tra il mondo di oggi e la mia generazione”.
Una generazione che Simone definisce dei “sopravvissuti della guerra”, che però ha avuto la fortuna di vivere nell’arco di una vita molteplici trasformazioni epocali: “La nostra è la sola generazione della Storia che ha visto tre evi. Noi abbiamo visto, in un certo senso, la fine del Medioevo, come lo chiamo io. Scuole per i poveri, separazione tra maschi e femmine e altre cose che oggi sembrano impossibili. Io ho scritto, con l’aiuto delle foto, come eravamo, come siamo, e accenno anche a come forse diventeremo”.


A raccontare il passato sono soprattutto gli oggetti della vita quotidiana. “Un mio amico antropologo ha definito il libro come una storia della cultura materiale, perché è fatto di oggetti come tritacarne e macinacaffè. Ho cercato di raccontare la nostra vita e, lo ammetto, ho scritto un libro per vecchi. Molti miei coetanei hanno detto di essersi ritrovati in questo testo. Spero tuttavia che possa risultare interessante anche per i giovani”.
Se i vecchi sono, citando Umberto Eco, il lettore ideale, forse i giovani risultano il destinatario reale: l’obiettivo è di trasmettere la memoria di un mondo profondamente diverso da quello contemporaneo a chi non lo ha vissuto: “Io vorrei che la generazione dei miei figli e dei miei nipoti capissero la radice da cui ha germogliato il loro mondo”.
Simone non riduce ingenuamente la complessità dell’individuo a una singolarità marmorea, ma accetta e rimarca la moltiplicazione fluida del sé che scorre nel corso della vita. Nell’introduzione del testo Che cosa ha in comune questo bambino?, Simone si interroga sul rapporto tra l’identità presente e quella del passato: “Esiste un’identità tra me e questo bambino? Tra me e lui ci sono stati un sacco di individui che erano totalmente diversi sia da lui che da me. È difficile immaginare che abbiano qualcosa in comune, a parte i dati sui documenti che si ripetono ad ogni rinnovo. Nulla somiglia, eppure il bambino e il vecchione sono la stessa persona: sono io”.
Un percorso attraverso le diverse età della vita – tema cardine di questa edizione del festival – che l’autore rappresenta con un esempio dal regno animale: “Io ho una moglie più giovane e, attraverso lei e i miei figli, vedo la quantità incomprensibile di evi che ho vissuto, cambiando e restando me stesso. Mi piace l’immagine del serpente che cambia pelle”.
La riflessione finale riguarda invece il cambiamento dei codici sociali e linguistici. “Things change, le cose cambiano – spiega ancora il prof Simone – e molte cose sono cambiate nella mia vita. Per esempio, il lessico quotidiano e quello familiare sono molto cambiati. Io ricordo distintamente che i miei genitori davano del ‘voi’ ai loro genitori. Il sistema pronominale era estremamente rispettato. Oggi capita che io, che sono anziano, venga chiamato normalmente con il ‘tu’ dal commesso mentre faccio la spesa. È una semplificazione, quindi un vantaggio, ma il cambiamento dei codici è un problema semiotico. I codici linguistici oggi sono alterati”.

Due premiazioni diverse, dunque, ma unite dalla stessa idea: la scrittura come strumento per conservare la memoria e, allo stesso tempo, interrogare il presente. Duccio Demetrio, fondatore della LUA, racconta così lo spirito dell’iniziativa, a metà tra narrazione e filosofia: “Ogni anno, durante il Festival, la mira, il progetto più importante, è quella di vedere e osservare come la nostra comunità cresce, costruisce il suo modello, ogni volta culturale, pedagogico, senz’altro cruciale all’interno di un percorso di incontro a livello umano, a livello anche alto dal punto di vista culturale e scientifico, come dimostra anche ogni altra iniziativa che intende uscire dal chiuso, perché le nostre iniziative sono di approfondimento soggettivo, ma allo stesso tempo di apertura di nuovi orizzonti e di nuove possibilità”.
Il professor Demetrio conclude il Festival citando il filosofo francese Jean-Paul Sartre: “L’autobiografia deve essere la strada da percorrere per la ricerca di senso in questa vita, perché, se sfuggiamo all’importanza e all’onere di sconfiggere quelle forme di espressione culturale che non cercano il senso, ma cercano, direi, la diversione, il distacco dai momenti cruciali e fondamentali della vita e dell’esistenza, perdiamo qualcosa di fondamentale.
L’esistenzialismo è una realtà, come disse Sartre, di carattere umanistico. E questo umanistico, questo umanesimo, si trasmette da parte nostra attraverso l’insegnamento della scrittura autobiografica, che è la scrittura di sé.
Il messaggio è: riappropriati del tuo sapere, del tuo conoscere e, prima di tutto, vaglia chi sei stato e chi potresti ancora essere. Perché ogni pagina autobiografica è un documento, direi, di carattere civile e non soltanto di carattere estetico o narrativo”.








